Ci sono un Italiano, uno svedese e un tedesco, ma non è una barzelletta
Ci sono un Italiano, uno svedese e un tedesco che nel 2012 decidono di investire 100.000 euro. Passano gli anni, e nel 2017, sfregandosi le mani, decidono di ritirare i frutti dei loro investimenti. Ride lo svedese che in 5 anni ha visto i suoi soldi crescere a 130.000 euro, anche al tedesco non è andata male: 121.000 euro. Solitamente l’italiano nelle barzellette è quello più arguto, quello che alla fine la vince. Ma come abbiamo detto questa non è una barzelletta. Quindi? Il nostro compatriota ritirerà la bellezza di 102.000 euro. Praticamente il suo patrimonio non è riuscito nemmeno a battere l’inflazione e mantenere lo stesso potere di acquisto del 2012.
Solo il 2 % in 5 anni
Secondo i dati elaborati da Banca d’Italia e da PWC purtroppo dal 2012 a oggi l’Italia si colloca all’ultimo posto nelle performance medie dei portafogli di investimento. Il cittadino svedese invece ha avuto un ritorno del 30%, un grande divario.

La performance però è solo la fine della storia. Proviamo a fare qualche passo indietro per capire come si è arrivati a questo finale.
Perché?
In Italia c’è una forte propensione al risparmio, e questo è buono, un punto a nostro favore. Gli italiani sono un popolo di grandi risparmiatori e hanno accumulato una ricchezza consistente, purtroppo però abbbiamo visto che investono in modo poco redditizio. Il nostro patrimonio totale supera i 10.000 miliardi di euro ma scelte poco consapevoli e, torniamo sempre lì, scarsa cultura finanziaria tengono i rendimenti ai minimi. C’è una terza causa, e si chiama fai da te. Rispetto all’estero infatti la quota di italiani che hanno deciso di farsi seguire da un consulente finanziario, in grado di indirizzarli nelle loro scelte, è bassa.
Il portafoglio italiano
A frenare le performance c’è la quota detenuta in immobili e terreni, oltre il 60%, a scapito di strumenti finanziari. Nei paese finanziariamente evoluti le percentuali sono ribaltate, con una predilezione per gli asset finanziari rispetto a quelli reali.
Se poi scomponiamo il portafoglio finanziario scopriamo che solo il 20% è in attività gestite ( fondi e polizze) mentre l’80% si trova in amministrato ( conti correnti, azioni e obbligazioni).

È un paradosso: siamo storicamente risparmiosi ma poco educati finanziariamente. Facciamo ancora un passo indietro e chiediamoci perché. Il motivo va ricercato nella nostra storia di risparmiatori. Abbiamo vissuto lunghi anni in cui bastava investire in titoli di stato per avere ritorni soddisfacenti assumendosi un rischio relativamente basso. Oggi, come sappiamo, non è più così, non esistono più pasti gratis ed è necessario inserire altri strumenti nei nostri portafogli. Quindi è importante colmare il gap che ci separa della altre nazioni.
La ricetta
Per prima cosa è necessario aumentare la partecipazione ai mercati, non ci sono alternative. I mercati però oggi sono più complessi di un tempo e per fare questo però occorre una preparazione di base e una guida esperta e sicura come può essere il consulente finanziario. In uno scenario con i tassi ai minimi e i rischi aumentati è necessario affidarsi a un professionista capace. Ultimo suggerimento? Togliere i soldi dai conti correnti e pianificare il proprio patrimonio!


