Nelle ultime settimane mi è capitato più volte di parlare con clienti affascinati da SpaceX. È difficile non esserlo. Un’azienda privata che ha rivoluzionato il settore spaziale, ridotto drasticamente i costi di accesso all’orbita, costruito una rete satellitare globale e sviluppato il razzo più potente mai realizzato dall’uomo. Quando si osserva una realtà come questa è naturale porsi una domanda:
“Come posso investire in SpaceX?”
È una domanda legittima, ma forse non è quella giusta. La vera domanda potrebbe essere:
“Come posso investire nella trasformazione del mondo che SpaceX rappresenta?”
La differenza sembra sottile, ma in realtà cambia completamente il modo di investire.
La tentazione del campione
Ogni grande rivoluzione economica genera un protagonista. Negli anni Novanta era internet. Oggi sono l’intelligenza artificiale, la robotica, lo spazio, l’automazione e le nuove infrastrutture digitali. Quando una rivoluzione prende forma, gli investitori iniziano immediatamente a cercare il vincitore. Quale sarà la prossima Amazon? Quale sarà la prossima Nvidia? Quale sarà la prossima SpaceX?
Il problema è che la storia insegna quanto sia difficile rispondere a queste domande. Alla fine degli anni Novanta internet era già chiaramente destinata a cambiare il mondo. Su questo pochi avevano dubbi. Quello che quasi nessuno riuscì a prevedere era chi avrebbe vinto davvero. Molti dei nomi più celebrati dell’epoca oggi sono stati dimenticati. Al contrario, alcune delle aziende che hanno dominato i vent’anni successivi erano poco conosciute o addirittura ancora lontane dal loro pieno sviluppo. Pensiamo ad Amazon. Era già quotata, ma era considerata principalmente una libreria online. Pensiamo a Google. Nel 1999 non era ancora quotata e pochissimi investitori ne comprendevano il potenziale. Pensiamo a Facebook, nata diversi anni dopo. Pensiamo a Nvidia, che all’epoca era una piccola azienda di semiconduttori lontanissima dall’essere il simbolo dell’intelligenza artificiale.
La rivoluzione era visibile. I vincitori molto meno.
Ed è una lezione che vale ancora oggi.
Il problema delle previsioni
Quando osserviamo il passato, tendiamo a raccontarlo come se fosse stato inevitabile. Oggi tutti sanno che Amazon sarebbe diventata Amazon. Oggi tutti sanno che Google avrebbe dominato il web. Oggi tutti sanno che Nvidia avrebbe beneficiato dell’esplosione dell’intelligenza artificiale. La realtà è che all’epoca nessuno lo sapeva. La nostra mente tende a eliminare tutte le strade che non hanno funzionato e a concentrarsi soltanto sui vincitori. È un errore molto comune negli investimenti. Scambiamo ciò che oggi appare ovvio per qualcosa che era prevedibile.
Le due cose raramente coincidono.
Per questo motivo, quando un cliente mi chiede come investire nella prossima grande rivoluzione, la mia attenzione si sposta rapidamente dal singolo titolo al fenomeno nel suo complesso.
I venditori di pale e picconi
Esiste una metafora molto famosa legata alla corsa all’oro. Migliaia di persone partirono alla ricerca della pepita che avrebbe cambiato la loro vita. Alcuni si arricchirono. Molti tornarono a casa a mani vuote. Ma ci fu anche chi costruì fortune vendendo pale, picconi, stivali, tende e tutto ciò che serviva per cercare l’oro. Questa metafora contiene una verità profonda: durante una rivoluzione economica non sempre i maggiori benefici vanno a chi cerca l’oro. Spesso vanno a chi rende possibile quella ricerca.
Oggi chi sono i venditori di pale e picconi?
Sono le aziende che costruiscono i semiconduttori necessari per l’intelligenza artificiale. Sono le società che sviluppano software e infrastrutture cloud. Sono i produttori di componenti, reti, sistemi di comunicazione e tecnologie che permettono alle innovazioni di diffondersi. Quando pensiamo a SpaceX, ad esempio, è facile immaginare i razzi. Più difficile è pensare a tutte le tecnologie, i software, i chip, le infrastrutture e le reti che rendono possibile l’intero ecosistema. Eppure gran parte del valore economico potrebbe nascere proprio lì.
La lezione della Finanza Umanistica
La Finanza Umanistica parte da un presupposto semplice: il denaro è un mezzo, non un fine. Lo stesso principio dovrebbe guidare anche il modo in cui investiamo. L’obiettivo non è dimostrare di aver individuato il prossimo campione. Non è vincere una gara di previsioni. Non è raccontare agli amici di aver comprato il titolo giusto prima di tutti. L’obiettivo è costruire un patrimonio capace di sostenere la nostra vita, i nostri progetti e la nostra libertà di scelta. Per questo motivo preferisco ragionare in termini di grandi tendenze piuttosto che di singole scommesse.
Se credo che l’intelligenza artificiale cambierà il mondo, non ho necessariamente bisogno di sapere quale azienda sarà la più grande tra dieci anni. Se credo che l’economia spaziale crescerà, non devo per forza individuare oggi il vincitore assoluto. Posso costruire un’esposizione ampia alla trasformazione in atto. Posso partecipare al cambiamento senza pretendere di conoscere il futuro nei dettagli.
Investire nell’incertezza
Forse la lezione più importante è proprio questa: investire non significa eliminare l’incertezza, significa imparare a convivere con essa. Chi investe cerca spesso certezze, vuole sapere quale sarà il prossimo campione, quale settore esploderà, quale azienda dominerà il mercato.
La storia ci insegna che le grandi rivoluzioni sono relativamente facili da riconoscere. Molto più difficile è identificare i vincitori finali.
Per questo motivo, davanti a fenomeni come SpaceX, l’intelligenza artificiale o la robotica, la domanda che mi pongo non è:
“Quale sarà il titolo vincente?”
La domanda è:
“Come posso costruire un patrimonio che tragga beneficio da questa trasformazione qualunque sia il vincitore?”
È una domanda meno spettacolare, ma spesso porta a decisioni migliori. E nella gestione del patrimonio, come nella vita, non sempre vince chi fa la previsione più brillante, molto più spesso vince chi costruisce la strategia più robusta.

