Titoli di stato: un porto sicuro? Sì, ma…

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Noi italiani siamo persone appassionate, si sa. Ogni ambito della vita, anche quello patrimoniale, include grandi amori, da cui spesso fatichiamo a staccarci.

Essendo questo un blog che tratta di mercati e patrimoni la domanda è: quali sono i grandi amori dell’italiano in versione risparmiatore? Immobili e titoli di stato. Per diversi motivi, principalmente perché nell’immaginario collettivo sono sinonimo di sicurezza. Due storie d’amore molto lunghe che negli ultimi anni sono, in parte, entrate in crisi. In questo articolo vi racconterò un aspetto poco conosciuto dei titoli di stato e cercheremo di capire perché a volte un porto è meno sicuro rispetto a quello che può sembrare.

Come si dice: in finanza non esistono pasti gratis. E io aggiungo: in finanza non esiste il rischio zero.

Possiamo minimizzarlo, ridurlo, gestirlo, controllarlo, persino sfruttarlo a nostro favore, ma non possiamo azzerarlo. Pensare dunque che esista un investimento privo di rischio, ad esempio il titolo di stato, è quantomeno ingenuo.

Facciamo un passo indietro: cosa sono i titoli di stato?

Sono titoli obbligazionari pubblici, cioè strumenti emessi per finanziare le proprie attività da parte di uno stato. Vengono anche detti titoli di debito, perché in pratica acquistando un titolo di stato italiano sto prestando soldi alla stato italiano. Questo “prestito” mi verrà restituito a una data prestabilita ( detta data di scadenza), nel frattempo lo stato mi pagherà gli interessi sul debito (le cedole) e ogni giorno il mio titolo avrà un prezzo che varierà in funzione di diverse variabili. A scadenza quasi sempre è previsto il rimborso “alla pari”, cioè allo stesso valore che il titolo aveva all’emissione.

Ne esistono di diverse forme e durate. Tra i più conosciuti ad esempio ci sono i btp, acronimo di buoni pluriennali del tesoro, obbligazioni a tasso fisso che possono avere una durata anche molto lunga.

Vorrei farvi una domanda: prestereste i soldi a qualcuno che da anni continua a chiedere i soldi in prestito e non ha sufficienti entrate per ripagare quelli pregressi? Non sembra un debitore molto affidabile.

Certo lo stato è un’istituzione pubblica, non un privato, e questo fa una certa differenza, ma il concetto di base non cambia. Con le obbligazioni non sto investendo nell’economia reale e nella crescita ma sto prestando denaro. Attenzione, non voglio demonizzare i titoli di stato, ma solo fare chiarezza e aumentare la consapevolezza dell’utilizzo di questo strumento. In questi 15 anni di attività come consulente finanziario a Brescia mi sono accorto che il risparmiatore medio non ha piena coscienza di cosa significhi investire in un btp, e nemmeno della volatilità dello strumento, in alcuni casi molto più alta rispetto a un semplice portafoglio di investimento bilanciato.

Ma veniamo ora al tema centrale di questo articolo. Si tratta di un aspetto fondamentale ma poco conosciuto del debito pubblico, di cui si ricomincia a parlare a causa dell’esplosione dei debiti pubblici a causa della pandemia. Sto parlando  delle CACS. Tranquilli, non è una parolaccia.

Si tratta infatti delle Clausule di Azione Collettiva previste dall’Unione Europea all’interno del Meccanismo Europeo di Stabilità ( MES), non una novità visto che sono state introdotte a dicembre del 2012. Si tratta della possibilità per uno stato che si trova in difficoltà di ristrutturare il proprio debito. Ne avevate già sentito parlare? Probabilmente no.

In che modo è possibile ristrutturare il debito? Ad esempio lo stato potrebbe posticipare la data di scadenza di un titolo, ritardare i pagamenti delle cedole e anche restituire un capitale inferiore al valore pattuito. Non una buona notizia per l’investitore.

Certo sono provvedimenti estremi, a cui si arriverebbe solo in casi di assoluta necessità. Teniamo conto però della situazione italiana, de suo debito pubblico enorme che purtroppo a causa del coronavirus rischia di esplodere. Con questo articolo non voglio certo consigliare di non investire in titoli di stato a causa delle Cacs. Io stesso nei miei portafogli a volte una quota di obbligazioni governative ( attenzione: non solo titoli di stato italiani). Il mio obiettivo è sempre quello di informare e di rendere consapevole l’investitore di cosa sta acquistando e ricordare a tutti voi che, come si diceva, un porto a volte è meno sicuro di quello che può sembrare all’apparenza.

Non correte in banca a vendere i vostri btp, ma chiedetevi perché li avete comprati, in che modo si inseriscono nella vostra strategia di investimento ( ne avete una?) e se siano adeguati a essa.

 

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